giovedì 1 dicembre 2011

UE
O si fa l'Europa o si muore
La crisi del debito sovrano, la riforma dei Trattati, le spinte nazionaliste franco-tedesche: ma per il Vecchio Continente è il momento di passare dalle parole ai fatti

Van Rompuy, lo riconoscereste per strada?
- Cambiare per non morire, e per non essere soffocata dal populismo isolazionista della destre e dall'idealismo di maniera delle sinistre europee. Per l'Unione Europea è giunto il crunch time, il momento della verità. La crisi dei debiti sovrani ha esposto tutti i difetti di un'architettura comunitaria ancora lontana dal poter dirsi conclusa. Occorrono, e alla svelta, correttivi importanti per fare funzionare quanto di buono è stato fatto dalla nascita della moneta comune e degli organismi europei.

Una delle critiche più aspre indirizzate all'Ue è quella di essere poco democratica e 'lontana dai cittadini'. In parte c'è del vero in queste affermazioni. Il processo di costituzione dell'Unione è sempre stato, anche per ammissione delle stesse istituzioni comunitarie, top-down, dall'alto verso il basso. Per questo, nel corso degli anni è stato rafforzato il ruolo del Parlamento Europeo, unico organo democraticamente eletto, e sono passati al vaglio delle popolazioni locali i trattati di riforma dell'Unione: per quanto si possa accusare il Regno Unito di isolazionismo o eurofobia, occorre rilevare che la Costituzione europea fu rigettata in un referendum da Francia e Olanda, due paesi fondatori della vecchia Cee. In questa fase, con la crisi che rischia di distruggere l'euro e di far tornare l'Europa indietro di 70 anni, non è più il tempo delle formule di compromesso o dei discorsi cerchiobottisti da piede-dentro-piede-fuori: serve stabilire una volta per tutte cosa vogliamo che sia l'Europa, o, più semplicemente, se vogliamo che sia.

Maggior coordinamento delle politiche fiscali e Bce stile-Fed oppure rompete le righe e ritorno a una unione basata soltanto sul libero scambio e sul commercio? Maggiori poteri al presidente dell'Ue e alla Commissione o riduzione dei loro ruoli a meri segretari delle potenze franco-tedesche (come sta, peraltro, avvenendo adesso?) Prevalenza del metodo comunitario o intergovernativo? Più o meno coinvolgimento dei cittadini? A tutti questi quesiti e non solo dovranno rispondere non solo i leader nazionali, che per ora stanno facendo una pessima figura, ma anche i vertici delle istituzioni comunitarie, nelle persone di Mario Draghi, Herman Van Rompuy, Jose Barroso, e Jerzy Buzek, perché stavolta è proprio il caso di dirlo: o si fa l'Europa davvero o si muore.

mercoledì 30 novembre 2011

EUROPA
Governo tecnico anche per la Germania?
Angela Merkel incapace di guidare l'Europa nella crisi: e se i tecnocrati governassero anchea Berlino?

Eurobond? Nein, nein
 - Il governo tecnico, la 'democrazia sospesa', la legislatura di 'decantazione'. Parole che negli ultimi mesi abbiamo sentito più e più volte riferiti al nostro Paese. Ora che Berlusconi ha lasciato però, ci si chiede se anche gli altri leader europei possano, con un 'gesto di responsabilità', rendersi conto di quanto nocumento hanno arrecato all'Europa e decidano di farsi da parte. Prima fra tutti, Angela Merkel, la donna più potente del mondo e cancelliere della Germania.

Andata deserta la recente asta dei Bund tedeschi, peraltro considerati ormai meno affidabili anche dei titoli di stato inglesi, la Signora No dell'Europa si ritrova a fare i conti con un'economia che dà segni di rallentamento e con una cronica incapacità di agire a livello europeo. Questa empasse non le ha nemmeno consentito di ottenere vittorie nelle varie elezioni amministrative dove la Cdu è stata sempre massacrata dalle varie sinistre coalizzate e fustigata anche dagli alleati liberali. Insomma, la fraulein si rifiuta di lanciare un salvagente ai Pigs europei per timore di perdere consensi, ma, alle urne, il popolo tedesco la punisce comunque. Il suo no agli eurobond, a una comunitarizzazione delle decisioni e della crisi, stride con il passato europeista e illuminato di grandi cancellieri pro-europei come Helmut Kohl ed Helmut Schmidt. La Germania non rischierà mai il default, ma forse per impedire che l'Ue non si sgretoli, i tecnocrati servirebbero non solo a Roma ma anche a Berlino.

giovedì 24 novembre 2011

CALCIO INGLESE
Arsenal, 10 ragioni per essere ottimisti
Prima delle inglesi a qualificarsi per gli ottavi di Champions, chi l'avrebbe mai detto ad agosto? Ecco perché dallo stato di forma attuale può nascere una grande stagione

Torres, who?


1- Perché la società non ha dato retta ai 'doom-mongers' e Wenger è rimasto.

2- Perché Van Persie ce l'abbiamo noi, e ci è costato un cinquantesimo di Torres.

3- Perché vuoi mettere quando tornano Sagna e Wilshere?

4- Perché Gervinho non potrà continuare a sbagliare gol tutto l'anno...Vero?

5- Perché Thomas Vermaelen è uno dei migliori centrali europei al momento

6- Perché i nostri risultati sono inversamente proporzionali alle presenze di Chamakh e Djourou sul terreno di gioco.

7- Perché Song ieri sera ha fatto una cosa che nemmeno Messi...

8- Perché quest'anno abbiamo un portiere, e che portiere.

9- Perché Koscielny sta giocando alla stra-grande e se gioca con la testa ha tutto per essere un grande difensore.

10- Perché siamo l'Arsenal. E già questo dovrebbe bastare.

mercoledì 23 novembre 2011

CALCIO INGLESE
Il richiamo di Londra, sponda Arsenal
Esce 'London Calling' di Max Troiani e Luca Manes: viaggio nella Londra calcistica e soprattutto nell'enclave bianco-rossa di Islington

- Alla fine anche la Regina,Elisabetta II ha dovuto ammetterlo, seppur per via del suo portavoce: anche lei tifa l'Arsenal, la squadra più vincente di Londra e una delle più conosciute dell'intero calcio europeo. Volendo si potrebbe partire così, da una tifosa eccellente come lo sono Nick Hornby, Colin Firth e Spike Lee, per raccontare la storia dell'Arsenal FC, ei fu Dial Square, e, in modo molto più indigesto per i tifosi del Tottenham, Woolwich Arsenal, quando i Gunners se ne stavano sul sud della Capitale britannica, senza dare fastidio ai loro ormai arcirivali del Nord.

Ma il libro di Max Troiani e Luca Manes, London Calling, editore Bradipolibri, è un viaggio tutt'altro che in business class nel cuore del calcio londinese e della squadra di un quartiere, Islington, capace di ergersi a una delle grandi potenze calcistiche europee con tifosi sparsi in tutto il mondo. Dici Arsenal e subito ti viene in mente il jersey rosso con le maniche bianche, le tradizioni scozzesi del team e il mitico stadio di Highbury, demolito nel 2006 per lasciare spazio al nuovo e insipido impianto di Ashburton Grove. Questi due giornalisti italiani, appassionati di football come solo chi una passione non se la sceglie ma gli resta attaccata addosso, hanno scritto un libro degno di Jon Spurling e Brian Glanville, gli aedi inglesi delle gesta del mitico impianto dove dal 1913 al 2006 l'Arsenal plasmò la sua storia. Un libro per Gunners e non solo. Come disse Irvine Welsh di Trainspotting: compratelo, rubatelo o fatevelo prestare. Non ve ne pentirete.

lunedì 21 novembre 2011

Le 10 ragioni per archiviare il bipolarismo à l'italienne

1- Ha introdotto una contrapposizione manichea tra gli schieramenti con il risultato di fare prevalere chi urla di più.

2- Semplifica la politica solo al momento delle elezioni: poi, al momento di formare i gruppi parlamentari alle Camere ognuno va per conto suo. Oggi in Parlamento ci sono 37 partiti.

3- Perché Lupi, Fioroni e Casini dovrebbero militare in partiti diversi se la pensano in egual modo su tutte le questioni?

4- Non si può andare avanti in eterno pensando al passato e al berlusconismo o all'anti-berlusconismo.

5-Il bipolarismo dà la golden share delle coalizioni in mano ai partiti minori che le compongono esattamente come i sistemi precedenti. Non è cambiato nulla.

6- Produce falsi candidati 'premier', un termine che in Italia non esiste, creando il problema della 'leadership', altrettanto falso. Non basta il nome sulla scheda elettorale per cambiare la Costituzionei n assenza della mancanza di una legge chiara.

7- Oggigiorno il bipolarismo è alleato solo di chi vuole conservare un sistema istituzionale spurio: una forma di governo parlamentare con doppia fiducia, un premierato che premierato non è, un Senato eletto su base regionale ma che non è una Camera delle Regioni, una procedura di dimissioni del Governo che non prevede la 'sfiducia costruttiva'.

8- Ha portato alla proliferazione delle cariche negli enti della pubblica amministrazione e nei ministeri: chi vince li occupa spodestando chi già c'è. Quando poi vincono gli altri, altro giro di valzer.

9- Crea un'eccessiva personalizzazione della politica a detrimento di idee e contenuti.

10-Non favorisce un clima costruttivo sulle grandi riforme da compiere: mi dite una riforma significativa che è stata fatta dal 1994 in poi senza citare l'introduzione della patente a punti?

domenica 2 ottobre 2011

mercoledì 28 settembre 2011

POLITICA UK
In Labour's country...side
Congresso dei laburisti a Liverpool: Miliband non convince ma il partito tra il rosso delle Unions e il blu dei nuovi ideologi - che sa tanto di nero - preferisce il verde della campagna

Miliband parla al Partito a Liverpool
- Un discorso fumoso ed ecumenico quello di Ed Miliband ieri al congresso dei laburisti sulle sponde del fiume Mersey. Il leader del Labour ha preso le distanze dai predecessori Brown e Blair e dal modello sociale del New Labour, ma, allo stesso tempo non ha espresso nessuna parola di sostegno per il grande sciopero nazionale che i sindacati inglesi hanno indetto contro i tagli del governo di coalizione per il prossimo 30 novembre. Dopo aver ribadito la solita solfa del 'centre ground', una specie di virtuale 'centro' nel quale si situerebbe il partito, Miliband ha attaccato un modello di società che promette soldi facili e senza fatica. Non è quindi stato difficile per la stampa conservatrice dipingere Red Ed come un fricchettone di sinistra anti-business, ma tant'è.

'Back the (Labour) apple'
Più interessante, specie per chi crede nel vecchio motto di Stanley Baldwin 'England is the country and the country is England', è l'azione che i laburisti stanno promuovendo nella campagne inglesi e in particolare nelle roccaforti conservatrici a sud di Londra. Si chiama Back the apple ed è rivolta contro il piano del governo per l'abolizione dell'Agricultural Wages Board, l'istituto che regola i salari dei braccianti. Secondo Mary Creagh, la Shadow Secretary per l'ambiente dei laburisti, il piano del governo avrebbe pesanti ricadute su oltre 150mila persone.

Fa stupore che un partito operaio, che si è tradizionalmente costituito nelle grandi città industriali si occupi di questioni così lontane dal suo elettorato ma è chiaro che il Labour cerca voti ovunque, specie in quelle aree rurali dell'Inghilterra del sud dove è nota la storiella sul cammello che avrebbe più possibilità di essere eletto che un laburista.

Forse il Labour non sarà mai il partito della Village Green Preservation Society cantata dai Kinks negli anni Sessanta. Ma in attesa di chiarire la sua appartenenza cromatica, pare proprio che il verde dell'ambientalismo - che in Inghilterra ha avuto in passato una forte connotazione conservatrice e di destra - possa diventare patrimonio anche della sinistra che ha smarrito il rosso, e guarda incerta al blu come al futuro.
INTER
Ranieri, un Aggiustatore da Inter
La Beneamata passa dal filosofo della panchina Gasp alla praticità testaccina di Sor Claudio: due vittorie in trasferta in altrettante partite.

Ranieri: karma da Aggiustatore
- Da Tinkerman, 'il pasticcione', a Claudio l'Aggiustatore. Deve esserci qualcosa di misterioso nella parabola di Claudio Ranieri, sedicesimo allenatore dell'era Moratti II all'Inter. In Inghilterra rispettato ma guardato come un tecnico troppo incline a cambiare formazione ogni settimana, in Italia considerato il primo dei non-vincenti ma uno che comunque 'ci sa fare'.

E chi ci sappia fare, nonostante a 70 anni abbia vinto un po' pochino (!), lo hanno subito notato anche alla Pinetina, dove Sor Claudio ha portato entusiasmo e tranquillità a un gruppo di giocatori sballottato qua e là dalle alchimie tattiche del Gasperson. In meno di una settimana Ranieri ha portato a casa due vittorie su campi tutt'altro che semplici, rimesso al loro posto i giocatori e, per non farsi mancare nulla, ha pure detto che da piccolo canticchiava Sarti, Burgnich, Facchetti. D'altronde pure Ibra si era spacciato per interista quando da piccolo prendeva a calci il pallone nelle strade di Malmoe..

Tutto bene per l'Aggiustatore quindi? Ma nemmeno per sogno. L'Inter è molto migliorata - ci mancherebbe altro - ma fatica ancora a gestire il vantaggio e c'è la sensazione che 90 minuti concentrata proprio non riesca a farli. A lui il compito di normalizzare una squadra che ha come aggettivo universalmente riconosciuto quello di pazza. Ci riuscirà?

Per ora godiamoci questo nuovo-vecchio Cambiasso che va su tutti i palloni, un Nagatomo che se fosse italiano sarebbe sempre da 7 in pagella, un Pazzini goleador e uno Zarate decisivo. Non è molto ma rispetto a quanto visto sino a una settimana fa può bastare per far strappare un sorriso anche ai più pessimisti tra i supporter dell'Inter. Good luck, Sor Claudio.

mercoledì 21 settembre 2011

INTER
Pagano sempre quelli come Gasp
Quattro sconfitte e un pareggio: a Novara il capolinea del tecnico di Grugliasco.

La presentazione di Gasp: tre mesi fa
- Con quella divisa blu shocking di Versace e l'herpes che gli stava consumando la bocca, non si poteva fare altro che sperare, per la sua salute, che Moratti lo esonerasse e tutti la smettessero con la diatriba sulla difesa a 3, a 4, o con il 5-5-5 di linobanfiana memoria. Il breve regno di Gian Piero Gasperini sulla panchina dell'Inter è durato poco più di 3 mesi. Una reggenza in pratica, con l'ostilità aperta di tifosi e addetti ai lavori già dal giorno in cui aveva firmato il contratto in un afoso pomeriggio di giugno tra l'incredulità generale di tutti. I pregiudizi sono talmente duri a morire che alle volte hanno pure bisogno della conferma della realtà: 4 sconfitte su 5 partite sono una media al di sotto di quella salvezza.

E così, in paese calcistico (e non solo) che conosce tutte le parole tranne 'pazienza', il Gasperson ha fatto le valigie e se n'è andato, così come fanno spesso quelli che non hanno l'appoggio di nessuno, il paraculaggio dei tanto evocati 'poteri forti' e magari subiscono, per dirla con il premier, 'il complotto degli anglofoni'. Non aveva ancora fatto un allenamento il Gasp, e già i critici avevano detto che la difesa a 3 non era adatta a difensori professionisti e pluri-titolati. Lui allora, per volere avere ragione a tutti i costi gli ha dimostrato che anche con quella a 4 l'Inter faceva pena. Tiè. Uscendo dalla Pinetina per l'ultima volta con gli occhi lucidi ha detto timidamente: 'mi dispiace', con quella voce che ha fatto impazzire Fiorello ma che non deve essere proprio il massimo per chi deve sgolarsi e fare capire a Lucio che le sue discese palla al piede, sono, per così dire, inopportune.

Pagano sempre, quelli come Gasperini. i timidi, gli educati, chi difende il suo lavoro perché crede nella dedizione e nell'impegno è facile preda di chi ha stabilito - con le sue teorie lombrosiane - che l'introversione è un comportamento di devianza sociale. Dio ce ne scampi. Forse di ritorno a Grugliasco gli sarà arrivata anche la notizia che con la finanziaria del Governo dovrà pagare anche più tasse, chissà. Lui, alla fine, ha la faccia di uno di quelli che la pagherà. E al massimo chiederà tempo, ( o forse no, visto la buonascita presidenziale) e storcerà il naso come lo ha fatto quando invece che un paio di centrocampisti tosti, gli hanno preso Poli già infortunato e Alvarez sano. Ma non si metterà a picchiare i pugni sul tavolo, né alzerà la voce perché altrimenti non sarebbe Gasperini.

Perché nell'Italia declassata e ruffiana, dove i faccendieri superano per numero e peso le 'brave persone', il ruolo che era stato affibbiato al Gasp era quello di vittima sacrificale, il pesce piccolo da massacrare anzi, il polpo da spolpare, fino a quando 'Moratti non ne poteva più'. Di che cosa poi, non è dato sapere. E pensare che fino a lunedì aveva pure detto che 'il presidente lo supportava'. Con la 'u'. Proprio non aveva capito di essere un dead-man walking. Non aveva capito dov'era capitato.

Si faccia coraggio mister Gasperini. Non dovrà più indossare Versace e l'herpes gli passerà in un momento senza avere la preoccupazione di scegliere chi tra Forlàn e Zarate dovrà affiancare lo zombie Milito nel tentativo di salvare il salvabile. Con il suo esonero mister, abbiamo perso anche tutti noi, quelli che, alla fine, nel nostro piccolo, ci sentiamo più come lei che non come chi, dal primo giorno, non ha creduto nel suo lavoro.

lunedì 19 settembre 2011

PREMIER LEAGUE
Arsenal, how low can you go?
Quattro punti in 5 partite, 12 gol subiti nelle ultime due trasferte, squadra allo sbando. Ma i Gunners rischiano davvero la retrocessione?

Benvenuti a Fawlty Towers
- L'immagine è quella a cui i tifosi dell'Arsenal sono abituati da tempo: Wenger in panchina con le mani tra i capelli, l'acqua che gli scende copiosa sul blazer e, al suo fianco, Djourou che lo guarda impaurito come per dire: 'Non è che tocca a me, vero?'. Anche il risultato è il medesimo: che si giochi in casa dei campioni d'Inghilterra o nella depressa Blackburn, i Gunners vanno incontro a figuracce storiche, battendo ogni record negativo di sempre. E Le Prof. a fine gara sembra un Basil Fawlty della panchina col suo inglese francesizzato, da studente Shenker fuori corso. Il pentolone è già stato raschiato: ora bisogna solo scavare sottoterra, dove si può trovare sono una capital 'C', quella di Championship.

Citrus Head: un disastro a Ewood Park
Ma l'Arsenal rischia davvero la retrocessione? La ragione dice no, il campo dice sì. E siccome quello che conta è il campo, non si può fare a meno di notare che, in questo momento, in tutta la Premier League non c'è una squadra peggiore dei bianco-rossi di Islington, non c'è un manager più confuso dell'alsaziano. Non c'è una sola squadra la cui difesa si sbricioli come quella guidata dal perfido Koscielny e da Citrus Head Djourou. Non c'è nessuna squadra che ha una linea dei 4 difensori così storta da sembrare un cartone animato come quella dell'Arsenal. In nessun centrocampo del calcio professionistico inglese si vedono praterie da Rhodesia meridionale come quello in cui Ramsey pascola pasciuto perdendo palloni su palloni e Walcott corre non si sa bene dove. E, ancora, nessuna squadra in questo momento si farebbe schiacciare nella sua metà campo come è successo all'undici di Wenger in casa contro il neopromosso Swansea, o potrebbe subire 4 reti dal Blackburn di Kean, che, beninteso, 4 gol non li segnava dai tempi di Giorgio VI.

La verità è che i polli dello sponsor Venky's sulle maglie doveva averli l'Arsenal, altrochè. E quale castigo peggiore poteva esserci per i supporters dei Gunners già vittime dello sfascio dell'Old Trafford che non di vedersi il biglietto rimborsato proprio nella trasferta dell'Ewood Park? Questa è crudeltà. Se solo i soldi dei rimborsi li avessero messi da parte per aumentare il tesoretto proveniente dalle cessioni di Nasri e Fabregas...

Il prossimo turno l'Arsenal 17esimo, cornuto e mazziato, affronterà il Bolton, una delle poche squadre che lo seguono in classifica. Quattro punti contro 3. Scontro-diretto? Forse è ancora presto per dirlo. Ma vedendo come si squaglia questa squadra, come non è in grado di difendere un qualsivoglia vantaggio contro chiunque, Wenger e soci farebbero bene a tenere d'occhio la coda della classifica: in fondo, il Manchester Utd ha già 11 punti in più là davanti e la zona retrocessione dista solo un misero punto da questo tragico, triste e tremebondo Arsenal e dal suo Basil Fawlty della panchina.

giovedì 15 settembre 2011

CALCIO
Gasperson come Radice, l'Inter dei destini incrociati
Tre sconfitte in 3 partite ufficiali per l'Inter di Gasperson. Ma in passato c'è chi è riuscito a fare peggio con Gigi Radice in panchina. E con il Trabzonspor sempre di mezzo.

L'Inter 1983-84 allenata da Gigi Radice
- L'Inter del condottiero Gasperson è naufragata ieri sera a San Siro contro i modesti turchi dal Trabzonspor, portando a 3 le sconfitte nelle 3 gare ufficiali della stagione. Gli interologhi più accaniti non avranno sicuramente mancato di notare come l'avvio a dir poco stentato di Gasperson ricordi quello ancora più drammatico della stagione 1983-84, quella in cui l'Inter si affidò alla guida di Gigi Radice, ex tecnico del Torino scudettato di Pulici e Graziani, di Zaccarelli e degli altri campioni, che, nel 1976, portarono il titolo sull'altra sponda della Mole.

Gigi Radice, antenato di Gasperson
Erano, quelli, tempi molto diversi con l'Italia in pieno boom-economico degli anni Ottanta e il Paese guidato dal decisionismo di Bettino Craxi, il primo socialista a essere nominato presidente del Consiglio nella storia. (Allora, non avevamo ancora inventato il termine 'premier' per riferirci a chi 'premier' non è). L'Inter, invece, era molto simile a quella di oggi. I problemi erano soprattutto a centrocampo, dove, allontanato Beccalossi, Radice riponeva le speranze per una stagione da protagonisti nel regista belga Ludo Coeck e nel nazionale tedesco Hansi Mueller, un panzer senza la grinta e il carattere normalmente esibito dai giocatori germanici.

L'avvio della stagione fu traumatico. Radice, ultima scelta del presidente Fraizzoli prima di cedere a Pellegrini, vide l'Inter uscire già ad agosto nel gironcino (ah, nostalgia!) di Coppa Italia. Allora non esistevano Supercoppe e nemmeno Nidi di Uccello a Pechino. Poi iniziò il campionato e fu un disastro. L'Inter cadde dapprima in casa contro la Samp del giovane Mancini e dei britannici Francis e Souness e poi venne presa a pallate a Roma contro la Lazio, soccombendo 3-0 sotto i colpi di Laudrup. Dopo un pareggio a reti inviolate alla terza in casa contro il Toro, l'Inter ci ricascò e perse 1-0 ad Ascoli. Dopo 4 giornate si trovava all'ultimo posto della classifica con un solo punto, la panchina di Radice traballante e il timore di una retrocessione sembrava più che fondato. Anche in coppa le cose non andarono meglio: dopo avere rimontato gli olandesi del Groningen, l'Inter si trovò di fronte nientepopodimenochè i turchi del Tranzonspor! Gli uomini di Radice persero di misura a Trebisonda ma rimontarono sul neutro di Cesena con reti di Altobelli su rigore e Collovati a 4' dalla fine. Radice salvò la panchina in una assolata domenica di ottobre, battendo il Napoli con gol del solito Altobelli, per poi superare a novembre il Milan nel derby per 2-0 con a segno anche Mueller.

L'Inter chiuse il campionato con un onorevole quarto posto, inanellando una serie di risultati utili che la portarono in zona Uefa, allontanando l'incubo della B. Anche oggi il quarto posto darebbe diritto a un posto Uefa, in Europa League per dirla tutta. E anche oggi come allora, non basterebbe a salvare la panchina dell'allenatore: Radice fu sostituito a fine anno da Ilario Castagner, Gasperson chissà. 

martedì 13 settembre 2011

POLITICA UK
Tories e Ue, un (dis)amore lungo 40 anni
La crisi dell'euro agita le acque anche nel Paese della sterlina: ministri e backbenchers Tory chiedono a Cameron di rivedere il rapporto tra Londra e Bruxelles

1973: Heath firma e suona Beethoven
- Quando nel 1972 il premier Conservatore Edward Heath vinse, con l'apporto di una minoranza di MPs laburisti, il voto per l'ingresso del Regno Unito alla Camera dei Comuni, non si sarebbe certo aspettato che l'Europa diventasse un fattore decisivo nelle divisioni della politica britannica nei successivi 40 anni. Heath era un uomo imbevuto di cultura europea: festeggiò persino il felice esito della votazione suonando in privato a Downing Street l'Inno alla Gioia di Beethoven di fronte ai suoi collaboratori stupefatti. Oggi, è più facile che Beethoven venga suonato dai suoi eredi Tories in caso di fallimento dell'euro, crollo dell'Ue, e - perché no? - deportazione di tutti i commissari, Barroso in testa.

Le acque nel governo di coalizione britannico sono agitate per la richiesta a Cameron di rivedere la relazione UK-EU da parte di 80 backbenchers del partito del premier. A loro si sono accodati anche due pezzi grossi dei Tory e del governo, come il capo del Foreign Office, William Hague e il ministro del Lavoro, Iain Duncan Smith, entrambi ex leader dei Conservatori negli anni della traversata del deserto all'opposizione, complice la macchina da consensi blairiana.

settembre '88: il celebre discorso di Maggie a Bruges

Gli euroscettici affermano di 'averci visto giusto sull'euro' e fanno velatamente capire che qualsiasi richiesta a Cameron dovrà tenere conto anche della presenza dei LibDems nel governo, un partito che da sempre sostiene l'avvicinamento del Regno Unito a Bruxelles e l'allentamento della 'relazione speciale' con gli Usa.
Si rifanno alle politiche di Margaret Thatcher, il premier britannico più in odio a Bruxelles tra quelli britannici, costretta alle dimissioni nel 1990 proprio per la sua contrarietà allo Sme e ad alcuni commenti non proprio eleganti nei confronti dei colleghi tedeschi. Il loro think-tank di riferimento è il Bruges Group, il cui nome si riferisce al celebre discorso anti-federalista e anti super-stato europeo, che la Lady di Ferro pronunciò nella città belga nel settembre 1988.

Il ministro inglese per gli Affari europei, Lidington, un Tory, si è affrettato ad affermare che il Regno Unito ha più vantaggi che svantaggi nello stare nell'Unione, ma la questione, spesso sottovalutata anche dai più autorevoli commentatori internazionali, rimane. Dopo gli anni dell'europeismo moderato e depoliticizzato di Blair, l'Europa torna a essere terreno di battaglia sia all'interno del governo di coalizione, sia all'interno del partito Tory. I tempi in cui Winston Churchill parlava di Stati Uniti d'Europa o il laburista Roy Jenkins presiedeva la commissione europea, sembrano davvero sbiaditi nel tempo.

martedì 6 settembre 2011

POLITICA UK
Anche a Londra arriva il processo-spettacolo?
Il governo britannico sta considerando l'ipotesi di aprire le aule dei tribunali alle telecamere, dopo le ripetute richieste di Sky News. Ma è un bene?

Sorridi, sei su candid-Cameron
- Se anche in Inghilterra ci pensano vuol dire che abbiamo fatto scuola, o forse che la nostra civilità giuridica sta per essere sacrificata per sempre sull'altare di quella mediatica. E' notizia di ieri infatti che il governo britannico guidato da David Cameron sta considerando l'ipotesi di rendere possibile la registrazione di alcuni dibattimenti nelle aule dei tribunali per rendere più 'trasparenti' alcuni processi. A supportare l'esecutivo, è arrivato anche il benestare dell'opposizione laburista, tramite di Ministro della Giustizia del Governo Ombra, Sadiq Khan, che ha affermato: 'La ripresa con le telecamere infonderebbe maggiore fiducia nel nostro sistema giuridico'. In precedenza si erano espressi in modo favorevole anche alcuni tra i giudici più rinomati del Regno Unito. Le telecamere verrebbero usate solo per i processi civili e non per quelli penali.

Sembra comunque un piccolo passo verso quello a cui abbiamo assistito in Italia negli ultimi 20 anni e cioè il proliferare di una mediatizzazione della giustizia, a uso e consumo di stampa e tv senza alcun riguardo per giudici, imputati e, soprattutto, per la giurisprudenza. Colpevoli, lo sono un po' tutti: i giudici in cerca di fama che vogliono reclamizzare le loro inchieste e gli imputati che sanno che l'opinione pubblica può determinare l'esito di un processo. E così abbiamo assistito via via al Forlani con la bava alla bocca in tv mentre dietro di lui una folla inferocita bofonchiava ogni sua risposta, un Craxi fin troppo sicuro auto-denunciarsi per la gioia dei pm di Manipulite, e, infine, colpo di scena, Tonino Di Pietro levarsi la toga una volta per tutte per dire addio alla magistratura e prepararsi all'avventura politica. E questo solo per quanto riguarda la politica. Che dire dell'omicidio Kercher, di Rosa e Olimpio, di Avetrana, Garlasco e così via?

Non credo che vedremo mai Blair messo sotto torchio dalla Boccassini di turno, o Cameron chiamato a rispondere dei suoi rapporti con Murdoch in diretta tv da un'aula di tribunale. L'Inghilterra non è l'Italia e più della mob-rule, conta ancora - per fortuna -, la rule of law, la legge vera e propria. Per i politici ci sono le varie commissioni d'inchiesta, come quelle sull'Iraq e per i casi più spinosi nei rapporti tra media e istituzioni c'è la possibilità di filmare il lavoro delle commissioni. Proprio come da noi. Ma voi ve li vedete gli inglesi che cambiano una classe dirigente con l'uso della magistratura e della stampa?

sabato 27 agosto 2011

PREMIER LEAGUE
I dolori del (non più) giovane Arsène
Arsène Wenger ha vissuto periodi di gioia e turbamento sulla panchina dei Gunners, ma mai la sua posizione era stata messa in questione come quest'estate

'Che faccio? Metto Chamakh?'
-  'Ora basta, se ne deve andare'. 'Wenger lost it' - letteralmente 'è impazzito'. O ancora 'Ha chiesto Cahill al Bolton e cosa gli ha offerto? Dei buoni-sconto per fare la spesa da Tesco?'. Sui forum dei tifosi dell'Arsenal le critiche e gli sberleffi si sprecano. Arsène Wenger è un uomo braccato. E ai tifosi non basterà la vittoria ultra-super-importante di mercoledì al Friuli, se prima della fatidica data del 31 agosto non saranno arrivati 2-3 rinforzi per potere competere con le prime in Premier League.

Alla fine della scorsa stagione, con l'Arsenal crollato miseramente in vista del traguardo come da 6 anni a questa parte, in molti aspettavano al varco il tecnico alsaziano nella transfer-window estiva. Doveva riuscire a convincere i suoi migliori giocatori che anche all'Emirates si poteva vincere e non solo giocare bene. Avrebbe dovuto farlo rafforzando la squadra ma oggi, 26 agosto, l'Arsenal è - se possibile - più scarso di quanto era lo scorso mese di maggio al termine del campionato. Fabregas e Nasri hanno cercato gloria altrove e c'è stato un solo acquisto di peso, l'ivoriano Gervinho. Gli altri - Campbell (no, non c'è stato un ritorno di fiamma per Sol, ndr), Jenkinson, Chamberlain sono sicuramente dei giovani interessanti ma non possono sostituire i giocatori di classe e di esperienza che un campionato come la Premier richiede. E qui casca Wenger.

Al raduno dei Gunners il francese aveva detto: 'Non cederemo Nasri e Fabregas: significherebbe rinunciare alle nostre ambizioni'. Ebbene, li ha ceduti. E perdippiù sono ancora a libro paga dei Gunners giocatori già dimostratisi non all'altezza come il portiere-barzelletta Almunia, l'irritante Arshavin, lo spaesato Bendtner, il goffo Squillaci.

Alla presentazione della proibitiva trasferta di Manchester, Wenger ha detto che vorrebbe acquistare 3 giocatori prima della chisura del mercato, ma che lo farà solo se li riterrà migliori di quelli che ha. Non dovrebbe essere proibitivo trovare un centrale più affidabile di Koscielny e Djourou. Certo è che se si offrono al Bolton 6 milioni di sterline per un giocatore - Gary Cahill - per cui ne chiedono 17 tutto diventa difficile. Non dovrebbe essere proibitivo nemmeno trovare un terzino sinistro che passa meno tempo dal medico che non in campo come Gibbs. E nemmeno un attaccante meno inutile di Chamakh. Eppure gli acquisti non arrivano e la piazza è in subbuglio.

Dietro questo immobilismo dell'Arsenal si stanno facendo ipotesi e congetture. Si parla di un Wenger in lotta con il cda dei Gunners sulla questione degli stipendi dei calciatori. Per Le Prof, l'Arsenal non potrebbe competere con le altre big del calcio inglese se non alza il suo monte-stipendi. I dirigenti non sarebbero dello stesso avviso, poiché così lieviterebbero i costi. Chissà quanto c'è di vero dietro tutto ciò. Un fatto è certo: un altro eventuale fallimento quest'anno potrebbe causare l'impensabile: l'addio di Arsène Wenger dopo 15 anni alla guida di una squadra che ormai è identificabile con il suo marchio.





mercoledì 27 luglio 2011

POLITICA UK 
Il ritorno del Principe delle Tenebre
Lord Mandelson attacca il Blue Labour, rivaluta il suo New Labour e invita nuovamente la sinistra britannica ad accettare la globalizzazione e non rifiutarla

Peter Mandelson: perplesso sul Blue Labour
- Chi ha dato a Peter Mandelson il soprannome di Principe delle Tenebre per il suo essere sempre dietro le quinte a tramare chissà cosa, si è sbagliato; questa volta l'ideologo del New Labour ha parlato chiaro e in modo aperto, e dalle pagine del Guardian - il giornale più vicino alla sinistra laburista - ha mandato un duro monito al partito: rifiutate la globalizzazione e consegnerete la crisi economica nelle mani delle destre populiste.

Non è la prima volta che Mandelson e gli altri fautori del New Labour ( Blair e Giddens tra gli altri ) tornano su questo tema, ma fa scalpore la rivendicazione del ruolo dei governi laburisti nell'accettare la globalizzazione e quello che ha comportato in una fase storica dominata dal populismo e dai movimenti identitari regionalisti e nazionalisti. Mandelson - che curerà una review sulla globalizzazione per l'Institute of Public Policy Research  - sostiene che la strada intrapresa dal Blue Labour, il movimento di sinistra che fa capo a Lord Glasman stanno portando il partito indietro, agli anni pre-Blair, determinando un errore nella sua strategia nei confronti dell'elettorato britannico.

Il Blue Labour afferma un ritorno del partito Laburista alle sue origini del periodo precedente alla Seconda Guerra Mondiale: vicino alle tendenze della working class e della Little England piuttosto che ai nuovi ceti medi del terzo settore e della comunità del business. Negli scorsi mesi si è pure proposto di dialogare con i nazionalisti xenofobi della English Defence League (EDL).

Per Mandelson il New Labour è stato mandato in soffitta troppo presto senza essere rimpiazzato da alcuna idea forte. 'Occorre guardare al futuro - ha detto l'ex Business Secretary al Guardian - e non farsi prendere dalla paura di confrontarsi con l'immigrazione, l'Islam, il rimodulamento del mondo del lavoro dettato dalla crisi economica'. L'ex Principe delle Tenebre ha concluso sostenendo che il nuovo leader laburista Ed Miliband - espressione della sinistra sindacale del partito e feroce critico del New Labour -, ha fatto bene a incalzare Cameron sui rappporti poco chiari tra Tories e Murdoch ma deve lasciare perdere il linguaggio 'anti-globalizzazione' del Blue Labour che vorrebbe 'portare la sinistra verso la triade delle 3F di 'Faith, Family and Flag', favorendo così le destre. Peter Mandelson: ne sentiremo ancora parlare.

martedì 26 luglio 2011

BESPOKE
Savile Row, il mito dell'eleganza inglese
Da oltre 400 anni è l'arteria dei grandi sarti britannici: artisti che hanno vestito gli uomini più eleganti d'Inghilterra e non solo...

la creazione di un abito bespoke
- Dire che Savile Row ha vestito la storia del Regno Unito non è un’esagerazione. La grande arteria londinese, famosa per i suoi sarti e i suoi abiti made-to-measure, ha anche un amante di eccezione: Tom Ford, non uno dei tanti, perché, per usare le parole di Richard Anderson, uno della nouvelle-vague, <i nostri clienti sono unici, non esiste l’uomo qualsiasi>. E lo stilista americano, nella prefazione del volume Eleganza Inglese. I grandi sarti di Savile Row, scritto dal giornalista di moda inglese James Sherwood ed edito da Mondadori Electa, ammette la sua passione: <se non disegnassi io stesso la mia collezione-uomo, avrei sicuramente un intero guardaroba confezionato in Savile Row!>
Storia senza tempo, passioni – e stoffe! – senza confini da oltre 400 anni, cioè da quando Re Gugliemo d’Orange si fece confezionare da Ede & Ravenscroft il vestito per l’incoronazione – succede ancora oggi...  -, e che valse alla nota sartoria l’ambito royal warrant, il marchio di fornitore ufficiale della famiglia reale, sempre ben esposto in tutti gli showroom che possono vantarlo.


Ma se Savile Row è una famiglia reale <solo un po‘ meno distante, ma non completamente alla portata di tutti>, anche tra i regnanti ci sono storie meno patinate di quello che l’ufficiosità vuole fare apparire: come il Re Dandy, Giorgio IV, di cui il Times nel 1831 scrisse tristemente: <Nessuno lo rimpiangerà>. Tradizione vuole che più un Principe di Galles è ben vestito e meno è adatto al trono. Chissà se questo varrà anche per quello attuale, Carlo, ritratto nella pagine suggestive e affascinanti di questo volume, con un bespoke grigio antracite e un garofano all’occhiello, meditabondo e un po‘ corrucciato. Forse l’erede al trono pensa alla prima moglie, Lady Diana Spencer, che per annunciare al mondo che il suo era un matrimonio con un terzo incomodo – Camilla Parker Bowles -, scelse, nel 1995, gli schermi della Bbc e un blazer blu realizzato da Andrew Ramroop.

Confezionare un bel bespoke, l’abito unico su misura, non è roba per tutti e fa la differenza tra un grande sarto e uno che rischia perennemente l’umiliazione del pork, il modello malriuscito rifiutato dal cliente. Da Dege&Skinner per esempio si lavora anche per l’esercito. Il cutter deve avere un sapere enciclopedico: gli si chiede di fornire tutto e per ogni occasione: dalle spade per i cerimoniali, alle divise da guerra!
Ma ci sono stati anche tempi in cui la concorrenza della moda pop di Carnaby Street e Portobello Road ha invaso Londra con shop come Mode Male, Dandy Fashions e Lord Kitchener’s Valet. Erano gli anni Cinquanta e Savile Row si adeguò: a Tommy Nutter e al suo celebre headcutter Edward Sexton bastò un decennio per introiettare il pop e integrarlo con il bespoke. Anche grazie allo sbarco delle movie-star da quelle parti: Cary Grant, Gary Cooper, Jack Buchanan, fino ad arrivare a Tom Cruise e George Clooney e all’epoca contemporanea.

Gli anni Ottanta vedono l’assalto degli stilisti pret-à-porter al confezionato sartoriale, ma un nuovo movimento di <stilisti che sanno anche cucire>, parole di Vanity Fair, si affaccia alla fine degli anni Novanta, quelli legati all’ottimismo della blairiana Cool Britannia. Il più apprezzato è Ozwald Boateng, le cui scintillanti vetrine all’angolo con Clifford Street fanno da contraltare al lato ovest della street, dove trovano spazio le giacche con punti di imbastitura bene in evidenza e vengono ancora custoditi cartamodelli sbiaditi dal tempo. Boateng può vantarsi di avere vestito Obama, ma a Savile Row c’è chi ha vestito il Duca di Wellington, sconfiggendo Napoleone Bonaparte.




mercoledì 20 luglio 2011

POLITICA INGLESE
La battaglia d'Inghilterra di Ed e David
Dietro lo scandalo News Of The World, Cameron sta conducendo la lotta decisiva per la sopravvivenza del suo governo di coalizione. Il giovane Miliband, Robespierre anti-Murdoch, risale nei sondaggi

Cameron ai Comuni: sorry seems to be the hardest word
- Dopo la schiumosa audizione dei Murdoch e della Wade in Brooks, oggi ad essere audito dalla Camera dei Comuni è stato il Primo ministro in carica, David Cameron. Già, perché mai come in questo caldo mercoledì di luglio, il PMQs - il question-time televisivo ai Commons -, è sembrato tale e quale a un mini-processo politico, dove il premier doveva difendersi da molteplici accuse: avere assunto Coulson come direttore della comunicazione di Downing Street, avere sbagliato giudizio su di lui, essere il nuovo cocco di Murdoch dopo l'uscita di scena di Blair, avere stretto rapporti di amicizia con la Brooks e, infine, avere riempito il partito Tories di personaggi che usciranno da questa vicenda con le ossa rotte per entrare presumibilmente in prigione. Proprio un bel quadretto, e con un icing on the cake, la proverbiale ciliegina sulla torta: i bookmakers stanno quotando le sue dimissioni addirittura alla fine di questa settimana.

Dopo le scuse d'obbligo, Cameron ha affermato che col senno di poi non avrebbe assunto Coulson; che Murdoch ieri ha affermato che il premier a cui faceva più visita non era lui ma Gordon Brown e che anche nella comunicazione del Labour lavorano ex-uomini di News Corp. Sulla prima affermazione, c'è poco da stare tranquilli: un leader, un uomo che aspira a guidare la Nazione, non può permettersi errori di giudizio così grossolani. Tutti sapevano chi era Coulson, il quale è stato allontanato - o invitato a farsi da parte - nel momento in cui non era più possibile per lui continuare a stare al n.10 di Downing Street. Non solo Coulson non doveva essere assunto: doveva anche dimettersi molto prima di quanto non l'abbia fatto una volta assunto.

Murdoch: 'piglio deciso'?
Se il leader Tory combatte per la sopravvivenza del suo esecutivo e della sua carriera, nel partito Laburista si combatte una battaglia interna tra i Blairites vicini al tycoon australiano, i Brownites che vogliono vendetta, e il nuovo corso guidato da Ed Miliband, tutto spostato a sinistra nella ricerca di recuperare le working class delle grandi città. Alastair Campbell, spin-doctor di Blair ed ex giornalista del Mirror, non ha potuto fare a meno di togliersi qualche sassolino sulla scarpa su Twitter. E pure il biografo dell'ex premier inglese, John Rentoul, ora columnist dell'Independent on Sunday, ha twittato: 'quando il News of the World faceva campagna per mandare più gente in carcere non immaginavo volessero contribuirvi di persona'. Il legame Blair-Murdoch è sempre stato duro da digerire per i laburisti.

L'MP laburista Tom Watson: anti-Murdoch
Se con Brown i giornali di News Corp hanno cambiato sponda politica, a fare la voce da padrone ieri in Commissione è stato un altro laburista anti-Murdoch, l'MP Tom Watson a mettere alla corda il padrone del News of the World e suo figlio. Anni fa Watson fu costretto a dimettersi per uno scandalo finito sulle pagine del Sun. Ieri la sweet revenge: sono state le sue domande a irritare maggiormente i Murdoch e a provocare i loro silenzi più lunghi. ( Pazienza se una tv auto-definitasi 'indipendente' ha parlato di 'piglio deciso' del padroncino Rupert ). Il leader del partito, Miliband, ha incalzato il premier ai Comuni e sta risalendo nei sondaggi col suo atteggiamento di aperta ostilità nei confronti di News Corp, cui vuole negare l'acquisto della maggioranza delle azioni di BSkyB. In caso di crisi - tutt'altro che remoto - c'è da scommettere che ad agire da ago della bilancia sarà ancora Nick Clegg, il vice-premier leader dei LibDem. Aspettiamoci un ritorno in auge del soundbite più popolare alle elezioni del 2010: I agree with Nick.

domenica 17 luglio 2011

LO SCANDALO NEWS OF THE WORLD
Quando il Labour andava a braccetto con Rupert
Ed Miliband ha tuonato contro il tycoon australiano, ma un suo predecessore la pensava in modo nettamente diverso su News Corp e il suo padrone...

Rebekah Wade, dall'addio a News Corp all'arresto
- Lo scandalo News Corp si sta allargando sempre di più nel Regno Unito. Oggi è stata arrestata anche Rebekah Wade in Brooks, l'ex Ceo del ramo inglese dell'Impero-Murdoch ,mentre un po' su tutti i media britannici abbondano le dichiarazioni di politici e giornalisti, quasi tutti con toni gravi e preoccupati. Può essere che questa vicenda porterà a una maggiore regolamentazione della stampa britannica, rendendola - paradossalmente - meno libera di quanto già non lo sia al tempo della Spectre murdochiana.

Tra tante chiacchiere e 'speciali', colpisce la posizione giustamente dura del segretario del Labour Party, Ed Miliband. Dopo anni di corteggiamenti, flirt ed endorsement, Il leader laburista marca una cesura netta con la precedente classe dirigente del partito, che per anni ha corteggiato, flirtato e cercato gli endorsement di Murdoch e del suo gruppo. A raccontare l'inizio della love-story tra il New Labour e News Corp è stato Alastair Campbell nei suoi The Blair's Years, diari degli anni in cui era direttore della Comunicazione di Downing Street. Gli anni di Blair, per l'appunto. Campbell descrive come il nuovo corso blairiano avesse bisogno dell'appoggio dei giornali popolari britannici per tramandare il suo messaggio di novità e modernizzazione. Murdoch dal canto suo, aveva bisogno di un nuovo corso dopo avere appoggiato la Thatcher e i Conservatori fino al primo mandato di John Major (uno dei politici più sottovalutati della storia del Paese, peraltro). In poche parole, il matrimonio s'aveva da fare. A suggellarlo un invito di Murdoch all'allora alfiere del New Labour per un discorso a una convention di News Corp. Campbell ricorda la scenata che l'ex leader laburista Neil Kinnock fece a Blair al suo rientro a Londra. 'Hai sdoganato la Thatcher e ora vai pure da Murdoch!', urlò Kinnock a Tony.

Tony e Rupert: love at first sight
Per anni la luna di miele tra il Labour e i tabloid più venduti come il Sun o l'ancora più infimo News of the World proseguì. Grazie all'appoggio di Murdoch, Blair trionfò alle elezioni del 1997 e venne appoggiato in quelle successive del 2001 e del 2005. Quando però il popolo sembrava ritorcersi contro il governo laburista, News Corp cambiò cavallo in corsa, affidandosi a David Cameron e iniziando una violenta campagna contro l'erede di Blair, Gordon Brown. Da quel momento se non è stato divorzio, poco ci è mancato.

Ed Miliband, leader del Labour Party dal settembre 2010
Il più piccolo dei Miliband oggi segna un'altra differenza nella sua politica rispetto agli anni della Cool Britannia blairiana: il distaccamento da Murdoch e dai suoi tabloid della gutter press. Ed si è spinto fino a palesare un eventuale allontanamento dal Regno Unito di News Corp. Parole durissime, che nemmeno il vice-premier Clegg, leader dei LibDem e da anni nemico di Murdoch, ha mai pronunciato. Chissà cosa succederà. La vicenda è ben lontana dal potere definirsi conclusa.

sabato 16 luglio 2011

INTER
Ricky, non diventare come loro!

Ricky Alvarez, neo-acquisto dell'Inter di Gasperini
Hanno già detto che è un 'Pastore mancino', 'Ricky come Kakà', il 'sostituto di Sneijder'. Certo la prima impressione che ha destato Ricky Alvarez è stata molto buona ma i tifosi dell'Inter incroceranno le dita pensando ai debutti di alcuni giocatori del passato. Ecco alcuni promemoria...

- SALVATORE FRESI. Luglio 1995, la Gazzetta titola a nove colonne: l'Inter si assicura il Baresi del 2000. Cioè Salvatore Fresi, elegante libero della Salernitana. Il suo debutto in una noiosissima amichevole col Psv è da favola: controlla e imposta a testa alta, esce palla al piede dall'area di rigore, recupera e vede il gioco con impressionante intelligenza. Purtroppo, le stesse doti non le dimostra quando il gioco si fa duro. La sua lentezza in difesa diventa insopportabile. Hodgson prova a metterlo a centrocampo, ma con scarsi risultati. Se ne va nel 2000, con pochi rimpianti.

- FRANCESCO DELL'ANNO. Enfaticamente ribattezzato il 'nuovo Suarez', Ciccio Dell'Anno arriva dall'Udinese nell'estate del 1993. Di Suarez dimostra di avere solo la capigliatura. Lento e sempre fuori condizione, giocherà pochissimo. Per fortuna, verrebbe da dire. Qualcuno allo stadio avrebbe voluto vedere davvero Suarez in campo al posto suo. Un Suarez ultra-sessantenne, s'intende.

Darko Pancev: esperto di palinsesti Gialappa's
- DARKO PANCEV. Il debutto della Scarpa d'Oro ex Stella Rossa lascia tutti a bocca aperta. In Coppa Italia con la Reggiana segna ben 3 gol: colpo di testa letale, controbalzo, di rapina. Un'enciclopedia del gol. Poi inizia il campionato - è la stagione 1992-1993 - e Bagnoli gli preferisce i piccoletti, Sosa e Schillaci. Darko s'incupisce e non vede più il campo. Ma nemmeno la porta. La sua inutilità in campo diventa leggendaria, la Gialappa's ne fa un mito. E tutti a pensare a quella afosa serata di agosto contro la Reggiana.

- JAVIER FARINOS. Quando Marcello Lippi strappa Farinos al Milan nell'estate del 2000, l'Inter crede di avere trovato un centrocampista tuttofare: nel Valencia di Cuper il piccolo mediano spagnolo è l'uomo che fa funzionare la squadra, dettando i tempi della manovra, arrivando alla conclusione e recuperando palloni su palloni. Caratteristica che gli varrà il soprannome di ball-buster sulla rivista ufficiale dell'Inter. In maglia nerazzurra però, si distinguerà più come portiere nella sua Valencia in Coppa Uefa, che non come mediano. Esilerante la sua prestazione con i guanti di Toldo.

- VRATISLAV GRESKO. Chiamato alla Beneamata durante il breve regno di Marco Tardelli - vabbè regno...diciamo una reggenza -, il biondo slovacco debutta a San Siro contro la Roma giocando una buona partita e offrendo un assist a Recoba per il secondo gol. Il problema del terzino sinistro sembra risolto. Fino al 5 maggio 2002.

venerdì 15 luglio 2011

CALCIOPOLI
Scudetto 2006 all'Inter, Kafka si riposi
Figc incompetente, l'Agnelli Furioso e il Processo di Kafka: finirà tutto qui?

Vinto due volte: nel 2006 e nel 2011
- E' finita come doveva finire, anche se forse sarebbe più corretto affermare che non è mai iniziata. Dopo l'archiviazione per prescrizione del Procuratore Federale Palazzi, non c'erano dubbi sul fatto che l'Inter avrebbe conservato lo scudetto del 2006. La campagna di stampa - disinformata e tendenziosa come poche altre -, non ha potuto scavalcare i dettami della legge e della giurisprudenza sportiva, nonostante il kafkiano processo istituito da direttori di giornali sportivi, opinionisti e aedi della famiglia Agnelli. Ancora oggi un noto commentatore di fede viola insisteva sulle responsabilità della Figc, che - parole sue - non 'vuole decidere'. No, caro amico: semplicemente non può. Su quali basi giuridiche può revocare uno Scudetto un organo politico e non giurisdizionale in presenza tra l'altro di un'archiviazione? La risposta è semplice: nessuna.

La Juventus, che ha dato il via a tutto questo, ha già fatto la voce grossa. Agnelli ha affermato che 'il sistema non è credibile' ( lo era forse di più quando c'era Don Luciano? ), e che tutelerà la società in ogni sede. L'Andrea Furioso fa capire che non finirà qui. Ma, seriamente, la Juventus può essere parte lesa? Per quanto non sapremo mai se l'Inter sia più o meno colpevole per i fatti della stagione 2004-2005 ( quella del record dei pareggi di Mancini ), un dato è chiaro: la Juventus è stata sentenziata colpevole in ogni grado di giudizio. Il suo direttore generale e il suo amministratore delegato sono stati radiati dal mondo del calcio. Su Moggi pende una richiesta di condanna penale a 5 anni e 7 mesi nel processo di Napoli per i fatti di Calciopoli. Giraudo è già stato condannato con rito abbreviato ( che dimezza di un terzo la pena ). Insomma: l'Inter non avrà ragione, ma la Juve ha torto marcio.

La vicenda, che dovrebbe concludersi lunedì, si protrarrà ancora per chissà quanto. Sarebbe opportuno che - come auspicato da altri condannati di Calciopoli -, le società si mettessero a un tavolo e, con un accordo, la facessero finita una volta per tutte. I fatti riguardano ormai 7 stagioni fa, e lo scudetto 6. Voi, in tutta sincerità, credete lo faranno?
CENTROSINISTRA  
Il Pd e l'Ordine Alato dei Cialtroni dell'Oca
Dicono tutto e il contrario di tutto, ma spesso anche niente. Ecco a voi l'Opposizione
Su con la vita, L'Ordine Alato vi aspetta
- Non ci è dato sapere quanti tra i deputati e i senatori del Pd fanno parte - o hanno almeno richiesto di fare parte - all'Ordine Alato dei Cialtroni dell'Oca. Si tratta di un gruppo di mattacchioni che ama dare del tu alla vita, dei Pierini senza età che non si prendono mai sul serio e che fanno della loro stravaganza la cifra del loro modo di essere. Ora, a parte la stravaganza - diciamolo: l'anticonformismo non è proprio il loro forte -, la sensazione è che il maggiore partito di opposizione italiano ami celiare i suoi elettori tanto quanto il Governo di cui dice pesta e corna.

Gargamella-Bersani si è impossessato della vittoria nei referendum e nelle amministrative ma non risulta né che il Pd sostenesse il 'sì' nei quesiti dell'acqua, né che appoggiasse il no al nucleare. A sbugiardarlo è stato perfino Cicchitto che ha voluto tediare l'intera Camera leggendo il passo del suo libro che affermava come il centrosinistra puntasse sul 'nuovo nucleare' quello di quarta generazione. E che dire delle comunali? De Magistris vince perché non è del Pd. E Pisapia vince nonostante il Pd. Alla fine, loro esultano. Per conto terzi.

E arriviamo ai giorni nostri. Tutto un agitare 'questioni morali' e mano pesante da parte della magistratura poi c'è lo scandalo Enav. E il Pd resta senza parole. Parole che, beninteso, riacquista quando scoppiano i casi Papa e Milanese. Ma la politica, è ormai noto, non è il regno dell'ideale ma quello del reale. Ci sarà sempre qualcuno più puro di te, è bene ricordarlo. Quello che proprio non va giù è la presa per i fondelli sui costi della politica, sui tanto discussi 'tagli'. Tutto un concionare contro la Lega che si oppone all'abolizione delle province e loro che fanno? Arriva il provvedimento in Aula e, compatti, si astengono! Non è un caso se sui forum e nei blog pidini la rabbia dei sostenitori si è fatta sentire. Abbandonate i toni da Torquemada, l'inseguimento goffo degli avvisi di garanzie e dei titoli dei giornali, cari amici del Pd. Sapete perché l'Ordine Alato dell'Oca non vi accetta? Vi manca un requisito fondamentale: siete dei cialtroni sì, ma poco seri.


mercoledì 13 luglio 2011

LA CHIUSURA DEL CELEBRE TABLOID
Addio News of the World, we will (not) miss you
Politica, forze dell'ordine e il domenicale più letto: lo scandalo trascina a fondo tutta l'Inghilterra

La fine del News of the Screws è scritta su un muro
- Sarà perché hanno subito per primi la rivoluzione industriale e lo spopolamento delle campagne, ma gli inglesi sono l'unico popolo che più di noi ama abbeverarsi alla fonte del declinismo e alla retorica dei 'valori di una volta'. Non si sa se l'England of yore - l'Inghilterra del tempo che fu -, sia mai esistita. Certo è che mai come di questi tempi se ne sente la mancanza. Lo scandalo delle note spese dei deputati dei Comuni e quello più recente delle intercettazioni del News of The World, hanno generato il classico sentimento all'italiana del 'si stava meglio quando si stava peggio'. Se a sinistra non si è ancora arrivati a rivalutare la Thatcher - o, insulto supremo! - è solo perché Nick Clegg non ha ancora aperto bocca sul caso-Murdoch, a parte le solite dichiarazioni di circostanza molto democristiane. E per un Blair che si dichiara 'per nulla scioccato' da arresti, intercettazioni illegali e poliziotti corrotti - ci mancherebbe altro, è la famosa legacy ( eredità, ndr ) di cui parlava quando si dimise nel 2007 - c'è un Cameron che prima ha difesol'ex direttore del tabloid Andy Coulson, poi l'ha assunto, poi l'ha invitato a dimettersi e infine l'ha scaricato. Ora il premier promette delle commissioni d'Inchiesta: chi sarà la Tina Anselmi Made in Britain che farà chiarezza sul perché un giornale - diciamo anche giornalaccio - si intrufolava nella vita di tutti, rendendo il giornalismo una patologia?

L'Economist, giornale per eccellenza dell'establishment britannico, ha espresso un verdetto molto duro sullo scandalo. Il tentativo di acquisto di BSkyB da parte di Murdoch è stato congelato dopo che il Parlamento ha espresso un parere - non vincolante - tutt'altro che favorevole. Con quello che resta di Fleet Street in piena bufera - pure il Sunday Times pare spiasse Gordon Brown -, la credibilità della polizia minata dalle collusioni con i vertici di News Corp e il Paese in pieno subbuglio per i tagli resisi necessari dall'esplodere del deficit - altra legacy laburista -, si può ben capire perché Oltremanica è la tranquillità il sogno supremo in questo momento.

I più ottimisti si consoleranno pensando che da domenica prossima l'aborrito News of the Screws non sarà più in edicola. I pessimisti temono che a sostituirlo sarà il Sun On Sunday, la versione non meno oscena del tabloid bestseller. Le vendite dei quotidiani sono in calo da tempo in Occidente e anche in Inghilterra. Difficile però che il Paese che ha dato forma e sostanza al concetto di libertà di stampa, sentirà la mancanza della domenicale Spectre murdochiana.

martedì 12 luglio 2011

Le 10 regole d'oro del dandy

1- I vostri nemici sono chiari e individuabili: la società di massa, la democrazia, il culto dell'attualità, le pieghe sulle camicie: non li sconfiggerete mai, quindi accettate serenamente la sconfitta. A volte una bella sconfitta è meglio di una brutta vittoria.

2- Vestite le vostre idee, indossate i vostri pensieri.

3- Nella sterminata marea del conformismo e della vipperia cafonal-choc dovete distinguervi per gusto ed educazione.

4- Se non avete letto Tolstoj, Flaubert e Dostoievskij, non si capisce per quale motivo dovreste leggere Murgia, Avallone, Baricco.

5- Due sono le date storiche da aborrire: 1789 e 1968. Quando vi riferite a quegli eventi usate sempre come incipit: 'tutto partì da quella volta che...'

6- Sappiate sparigliare, non fermatevi alle apparenze. Quando trovate un'idea che vi sembra buona cercatene subito una contraria ancora migliore e che faccia 'épater les bourgeois' per incoerenza.

7- Vi sono vietate: la palestra, le lampade, tutte le cose che finiscono con -ness e le risse tv: se proprio dovete, fatele le risse in tv e passate all'incasso.

8- Se Wilde diceva che la vita copiava l'arte (e aveva ragione), voi sostenete che sarebbe anche ora che la vita la finisse di copiare l'arte. Tutto a vantaggio di quest'ultima.

9- Ci sono poche cose su cui vale la pena di avere una teoria: tra queste i risvolti del bespoke e l'abolizione del suffragio universale.

10- Tutto deve essere sacrificato per un paradosso, un epigramma, una battuta sagace: non c'è principio né principe che può mortificare la vostra opposizione consapevole al mondo.
IL RISCHIO-GRECIA
Default, la nuova Fine del Mondo
Giorni febbrili e afosi sul fronte del debito pubblico: l'Italia ce la farà?

Visto un Responsabile?
- Il sole scivola lentamente sull'asfalto di un'altra giornata afosa, mentre la Fine del Mondo - che curiosamente prendeva il nome di Default -, è sempre più vicina. Finiti i bisticci, il Governo, la maggioranza e la maggioranza-opposizione si riuniscono febbrilmente per allontanare il pericolo che pende sempre più sulle loro cravatte. Ce la farà l'Italia ad allontare la Fine? Per ogni Responsabile - o, pardon, esponente di 'Popolo e Territorio' che non si presenta in aula, non vota o minaccia di andarsene, c'è uno speculatore che si frega le mani. Per ogni leghista che manifesta dubbi sulla tenuta del Governo, c'è qualcuno che pensa e spera che l'Italia non ce la farà a ripagare il suo debito. Per fortuna che c'è la Germania. Come nel 1939.

Che caldo fa, l'esodo, le code agli sportelli, i soldi infilati alla bene e meglio sotto i materassi, sotto le piastrelle, in culo ai lupi. Il fuggi-fuggi generale non c'è ancora ma i Re della savana già fanno sentire il loro ruggito. C'è chi esorcizza la Fine come può: facendo ronde in motorino per scovare puttane di basso borgo, per esempio. Chi si astiene dall'abolire le province e poi va in tv a chiedere di tagliare i costi alla politica perché quello è il ruolo che gli riserva la Mediocrazia. C'è infine chi, almeno ci prova a tenere la barra dritta, ma vogliono arrestargli il fido consigliere di una vita. E per ogni Tremonti pallido-pallido, c'è un ministro lampadato che chiede di più: per se e per il suo ministero. Sempre una questione di grano, il Default.

Ma, se Fine sarà, almeno lasciateci suicidare da soli: niente Fmi e niente Banca Mondiale. Il sole può calare lentamente anche e soprattutto senza di loro. Basta ricordarsi di spruzzare lo spread. Non è difficile. Neanche per noi.

giovedì 7 luglio 2011

LO SCUDETTO DEL 2006
Facchettopoli, il revisionismo all'opera
Dopo la relazione di Palazzi si scatena la disinformazione: cosa succederà il 18 luglio?

Coinvolto anche nella strage di Ustica?
- Da Moggiopoli a Facchettopoli in 5 anni di vorticoso revisionismo. L'Italia degli indignados pallonari ha già emesso una sentenza che mai verrà pronunciata: Inter come la Juve, Facchetti come Moggi, lo scudetto del 2006 deve essere revocato. Con tutto il rispetto per il procuratore della Figc, Roberto Palazzi - che ha anche il pregio di non rilasciare interviste ai giornali mostrandosi in pose ieratiche -, dire che la società nerazzurra può 'rinunciare alla prescrizione', sembra un invito nemmeno troppo serio a rinunciare alle prerogative che la legge mette a disposizione di tutti e farsi giudicare in un clima - quello mediatico attuale -, che potrebbe chiedere la ghigliottina per Moratti, accusandolo anche della tragedia di Ustica.
Non sapremo mai se l'Inter ha commesso illeciti sportivi nella stagione 2004-2005. La posizione del club di Corso Vittorio Emanuele avrebbe potuto essere archiviata, o la società prosciolta o - più facilmente - l'Inter se la sarebbe cavata come i cugini del Milan con qualche punto di penalizzazione. Sorprende, invece l'assoluta certezza, la disinformazione cercata da alcuni organi di stampa che si offendono piccati se Moratti afferma liberamente di 'non volerli leggere più'. Dio - o chi ne fa le sue veci - ci risparmi dai Santoro del calcio che si attaccano alla 'libertà di stampa' solo quando vogliono loro. La Gazzetta - il giornale in questione -, ha tutto il diritto di fare le sue scelte. Moratti anche.

Nessuno che abbia rimarcato che quella di Palazzi è la requisitoria di un pm, non la sentenza di un processo. Nessuno che abbia scritto che lo scudetto 2006 fu assegnato per volere dell'Uefa, richiedente una classifica finale per far sì che le squadre italiane potessero partecipare alle coppe. E se l'Inter fosse stata penalizzata lo scudetto sarebbe dovuto andare alla Roma o al Chievo. E non sarebbe stato di 'cartone', come vanno ripetendo i revisionisti da anni, ma ampiamente meritato. Cosa vorrà mai dire 'scudetto sul campo' se poi si scopre che un dirigente fa oltre 60 chiamate su schede svizzere non intercettabili prima di una sfida contro la rivale diretta in classifica?

La Juve non riavrà mai i suoi due titoli, proprio perché non sono 'suoi'. Si potrebbe obiettare che quel maledetto scudetto non avrebbe potuto essere nemmeno dell'Inter, ma non credo che una società blasonata come quella di Agnelli si sia ridotta a sperare che levino titoli agli altri visto che non riesce vincerne da se dall'anno della vittoria del campionato di B.

Tecnicamente il Consiglio Federale della Figc è incompetente, e se il 18 luglio vorrà forzare la legge, è molto possibile che l'Inter faccia ricorso in ogni sede, con alte possibilità di avere anche ragione. Ormai lo scudetto è diventato qualcosa di più per entrambe le società, un assegnamento al loro modo di essere più che una vittoria da esibire, celebrare, festeggiare. Quando questa vicenda sarà finita, a uscirne con le ossa rotte saranno un po' tutti. Lo chiamavano il derby d'Italia, ora è solo quello delle carte bollate.

sabato 2 luglio 2011

 CALCIOPOLI
Il calcio più pazzo del mondo
Palazzi archivia la posizione dell'Inter: ma per l' 'etica' non è finita 

Il capo dei Boys, Stefano Palazzi
- Quando finirà Calciopoli? Ieri il procuratore federale Palazzi ha archiviato la posizione di alcuni tesserati e delle loro rispettive squadre per fatti risalenti alla stagione 2004-2005. Quando il campionato riprenderà, il 28 agosto 2011 saranno passate 7 stagioni da quella. Un'infinità. Eppure la lotta tra Guelfi e Ghibellini prosegue. Fa sorridere pensare che sia in ballo lo scudetto dell'Inter del 2006 per fatti ritenuti 'non di rilievo' della stagione precedente a quella. Ma così è.

Mentre i giornali e le tv davano la notizia che Palazzi confermava lo scudetto dell'Inter - cosa tecnicamente impossibile, visto che non è di sua competenza -, c'era già chi esultava e chi urlava al complotto e minacciava di portare la Juventus all'estero. Pochi minuti dopo, si passava all'esatto opposto: lo scudetto sarà revocato dal CF della Figc. Non si sa su quali basi. Palazzi parla di 'nessuna fattispecie di rilievo per fatti non prescritti', e già si scrive che 'l'Inter si è salvata per la prescrizione'. In realtà, è doveroso ricordarlo, prescrizione non significa altro che prescrizione. Né colpevolezza, né innocenza. Solo 'decorrenza dei termini'. Il nostro sistema giuridico afferma il principio di innocenza, per cui in mancanza di condanna l'Inter e i suoi rappresentanti si devono ritenere innocenti. Palazzi non è nemmeno entrato nella questione dei fatti, in quanto prescritti.

Un'altra cosa aberrante che si è sentita è stata quella per cui se l'Inter a quei tempi fosse stata deferita, non avrebbe vinto il campionato. Il deferimento non è una sentenza di condanna, si deferisce per accertare dei fatti. Se dopo il deferimento la posizione dell'Inter fosse stata archiviata, lo scudetto se lo sarebbe preso comunque. L'Uefa esigeva una classifica finale del campionato di Serie A per permettere alle italiane di disputare le coppe nella stagione 2006-2007, poi conclusasi con la Champions al Milan. In caso di mancato adempimento da parte della Figc, le italiane rischiavano fino a 5 anni di squalifica dall'Europa. E pensare che tutti questi colpevolisti sull'Inter sono poi gli stessi innocentisti per un Moggi condannato in ogni grado da ogni tribunale sportivo e poi radiato...

Ma la cosa che più deve preoccupare, perché stabilirebbe un precedente pericolosissimo, è la questione della revoca del titolo non sulla basi di fondamenta giuridiche ma per motivi 'etici'. L'etica, si sa è materia vaga, complessa. Proprio per questo gli uomini hanno redatto dei codici, civili e penali per stabilire delle norme cui avvalersi in caso di contrasti. Se lo scudetto dell'Inter venisse revocato per 'motivi etici', la squadra di Moratti potrebbe tranquillamente fare ricorso per i titoli conquistati dalla Juve nel quadriennio 1994-1998, quelli dell'abuso di farmaci sentenziato dalla Cassazione. Fatti andati ormai prescritti, ma che potrebbero essere tirati nuovamente fuori per 'motivi etici'.

Si rischia la giungla, dunque. E la cosa non deve fare ben sperare. Se lo scudetto sarà revocato, l'Inter tenterà ogni via giuridico-sportiva convinta - giustamente - che non ci sono appigli perché glielo si revochi. Se non sarà revocato, Agnelli e la Juve faranno altrettanto. E già non oso pensare in cosa si trasformeranno gli Juventus-Inter della prossima stagione. Una proposta: e se al termine di tutti gli iter processuali, Tar o non Tar, Agnelli e Moratti siglassero una sorta di pace congiunta con l'impegno di andare oltre e di non parlarne più?